Il 20 Ottobre 2026 segna una data che lascia un segno profondo nel percorso del Taranto in questa stagione 2026/27. A Taranto, la squadra crolla sotto il peso di una prestazione vergognosa, incassando un pesante 3-0 contro un Brilla Campi che ha annientato i padroni di casa. Una resa senza attenuanti, che non può più essere nascosta dietro agli alibi delle assenze o delle squalifiche. La squadra dimostra di aver lasciato la testa negli spogliatoi, mentre i nuovi arrivati, chiamati a fare la differenza, somigliano più a "figurine" che a uomini capaci di fare la differenza. La panchina di Luca Tiozzo ora traballa, ma è l'intero progetto tecnico a dover essere messo sotto esame, perché il fallimento sportivo della gestione Ladisa prende sempre più corpo.
La disamina di Vittorio Galigani (CosmoPolis) non lascia spazio a interpretazioni. Il cronista punta il dito contro una società che appare disorganizzata, strutturalmente carente, con una guida tecnica e dirigenziale che non riesce a tenere il timone di una barca che, malgrado gli investimenti da quasi cento milioni di euro, continua a navigare in acque torbide. Il calcio non si gioca solo con i calciatori, ma con una società forte e competente alle spalle. La famiglia Ladisa, pur con la sua passione e il suo entusiasmo, deve prendere coscienza che la gestione di una squadra di calcio non può essere improvvisata. La ricerca del consenso attraverso le ospitate televisive e i proclami non può sostituire la costruzione di una struttura sportiva competente. Il calcio è una questione di uomini e di soluzioni. Non basta un direttore sportivo che si presenta come un uomo di campo, ma che finisce per gestire ogni aspetto del club, dai giardinetti ai botteghini. Servono figure capaci di fare calcio a tutto tondo, e Montervino, per quanto possa essere competente, appare sempre più come un uomo solo al comando, con il presidente senza deleghe e il vicepresidente che si occupa di altro. La famiglia Ladisa deve fare un passo indietro in termini di gestione operativa, affidando la società a professionisti capaci di costruire un progetto vincente per la città e per la tifoseria.
La riflessione di Luigi Carrieri (Cronache Tarantine) amplia il discorso, toccando un aspetto più profondo e forse più inquietante. C'è un deciso e progressivo distacco tra la dimensione di appartenenza e tutto quello che accade intorno. Si parla di un Taranto che ha smarrito la sua identità, nonostante uno stadio Iacovone che si riempie di dodicimila spettatori. È proprio questa la contraddizione più grande: il pubblico risponde, la città c'è, ma la squadra sembra vivere in un'altra dimensione. Carrieri si interroga su cosa significhi davvero appartenere a questa categoria. Perché in Serie D non basta la passione, non bastano i proclami, non bastano le rivoluzioni. Servono idee chiare, un progetto coerente e una capacità di muoversi dentro i limiti e le regole di un campionato che ha le sue logiche precise. E qui arrivano le domande più scomode. Davvero non si riesce a ritagliare uno spazio ad elementi come Di Paolantonio e Angiulli? Se la situazione è questa, allora il problema non è più solo tecnico, ma di visione complessiva. E ancora: abbiamo compreso in quale categoria da più di un anno siamo? Perché se si continua a ragionare come se si fosse altrove, c'è il rischio di restare imprigionati in un equivoco che porta solo frustrazione. Il Taranto oggi sembra vivere una doppia realtà: da una parte l'entusiasmo, gli investimenti, la voglia di crescere; dall'altra una gestione sportiva che fatica a tradurre tutto questo in risultati concreti. E quando Carrieri parla di Eccellenza, non lo fa riferendosi alla categoria che il Taranto meriterebbe, ma al modo in cui alcune scelte vengono fatte. Perché, come scrive amaramente, "è da Eccellenza dotarsi di una terza maglia?". In una fase così delicata, dove ogni dettaglio potrebbe fare la differenza, c'è un fatale scollamento con la realtà. E quando questo accade, anche il progetto più ambizioso rischia di trasformarsi in un contenitore vuoto.
Ora il Taranto è al settimo posto, a sette punti dalla vetta, fuori dalla zona playoff. Una posizione che non rispecchia le ambizioni e gli investimenti della proprietà, ma che fotografa perfettamente la situazione attuale: confusione, approssimazione e una mancanza di direzione che sta portando il club sempre più lontano dalla promozione.