Il piccolo promontorio che divide il lago di Como in due rami, parte del triangolo lariano che ha per vertici Como, Lecco e Bellagio, è alto settecentocinquantotto metri ma è, per i ciclisti, una montagna sacra. Vi si arriva da Bellagio dopo nove chilometri e trecento metri di salita con una pendenza media del sei per cento. La pendenza è dolce, ma la salita è lunga, e non solo per chi deve arrivarci dopo aver già scalato il Muro di Sormano. In cima, alla fine di un’ultima rampa che sembra senza fine, c’è una chiesetta del Seicento (1623), che fu associata al ciclismo nel 1919, quando la voce che Costante Girardengo vi si fosse rifugiato sotto il portico durante un temporale si diffuse tra i fedeli del pedale.
La Gazzetta dello Sport lo descrive "appoggiandosi al muricciolo", mentre il Giornale di Lecco riporta le parole del presidente del Gruppo Sportivo Madonna del Ghisallo, Carlo Ballabio, che ricorda come "Girardengo era passato a rifugiarsi sotto il portico per ripararsi dalla pioggia". Da quell’anno il Giro di Lombardia passa ogni anno sul Ghisallo, e la chiesetta è diventata un santuario del ciclismo, non solo italiano, meta di pellegrinaggi di ciclisti amatoriali che vogliono misurarsi con la salita e i professionisti che la affrontano durante le gare.
Il parroco di Magreglio, don Ermelindo Viganò, aveva già proposto di proclamare la Madonna del Ghisallo patrona dei ciclisti. Nel 1947 scrisse una lettera a Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, rinnovando la richiesta, e Schuster la inoltrò a papa Pio XII, che gli rispose accettando la proposta. Il Giro di Lombardia, per quanto il suo percorso sia mutevole, passa ogni anno sul Ghisallo, che spesso ne è la vetta più alta. Anche l’ultima tappa del Giro d’Italia del 2006, che consacrò Ivan Basso, partì dal Ghisallo.