Giuseppe Giannini, tra i simboli più amati della storia della Roma, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport in cui ha raccontato cosa significhi essere romanista e simbolo della squadra della Capitale.

«Essere romanisti significa anche rappresentare la Capitale», ha spiegato Giannini, ricordando il suo orgoglio nel vestire la maglia giallorossa. «Ogni volta che entravo sul prato dell’Olimpico con la divisa della mia squadra del cuore mi sembrava di toccare il cielo con un dito».

L’ex capitano ha poi indicato i più grandi numeri 10 della storia romanista: «Per numeri, Totti. Poi Di Bartolomei e De Sisti. Io mi metto al quarto posto per la romanità e al quinto piazzo Dybala, anche se porta il 21».

Su Paulo Dybala, Giannini ha parole di grande apprezzamento: «Gioca con grande semplicità. Quando entra in area di rigore sembra che il pallone debba finire sempre in rete. Riesce sempre a uscire da ogni situazione di gioco».

Il “Principe” ha parlato anche del peso di indossare la fascia di capitano e il numero 10, una responsabilità che, a suo dire, richiede «carattere e personalità speciali».

Tra i ricordi più curiosi, Giannini ha raccontato il primo incontro con Francesco Totti, quando il giovane talento fu aggregato all’ultimo momento e dormì nella sua camera: «Mi guardava senza parlare, era timido».

Infine, Giannini ha svelato anche i suoi idoli d’infanzia: prima Mario Kempes, poi il passaggio al tifo per Agostino Di Bartolomei. Tra i momenti più difficili vissuti con la fascia al braccio, ha ricordato quando dovette omaggiare il presidente Dino Viola dopo la sua scomparsa: «Fu l’unica volta in cui avrei preferito non essere capitano».

L’intervista integrale è disponibile su SportWeek, inserto de La Gazzetta dello Sport.

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