La tripletta di Alphadjo Cisse al Salisburgo è molto più di una bella notizia per il Milan. È un altro tassello di un’Italia del calcio che sta cambiando volto. Lo scrive oggi La Gazzetta dello Sport, in un articolo di Arianna Ravelli, che non si limita a celebrare l’ennesima serata di grazia di un giovane talento, ma collega questa esplosione a un fenomeno più profondo, culturale prima ancora che sportivo.

L’Italia calcistica di oggi, scrive Ravelli, somiglia sempre di più all’Italia reale, quella che si è trasformata negli ultimi decenni con l’arrivo di nuove generazioni, nuove culture e nuove identità. È un calcio che attinge da ragazzi nati in Italia, da ragazzi arrivati da bambini, da ragazzi con genitori di origine straniera e da ragazzi cresciuti altrove ma che hanno scelto o potrebbero scegliere la maglia azzurra.

In questo quadro si inserisce perfettamente Cisse, che a 20 anni sta vivendo una stagione da favola con il Milan. Il dato riportato dalla Gazzetta è impressionante: un gol ogni 72 minuti. Numeri che non possono più essere ignorati nemmeno da Roberto Mancini, che finora non lo ha ancora convocato in Nazionale.

La riflessione della Gazzetta è però più ampia. Si parla spesso della crisi del movimento calcistico, dei problemi nei settori giovanili, della formazione degli allenatori. Tutto vero, ma c’è un altro aspetto che forse viene sottovalutato: quanto il calcio italiano sia stato capace, o meno, di riconoscere e valorizzare i cambiamenti della società italiana.

È una domanda scomoda, ma inevitabile. Per anni il nostro calcio ha continuato a ripetere formule ormai vuote sul “talento italiano da difendere”, mentre una parte del talento italiano stava crescendo nelle periferie, nelle scuole multietniche, nei quartieri dove l’Italia non è più soltanto bianca e cattolica.

Oggi quei ragazzi sono arrivati. E parlano il linguaggio più universale che esista: il campo.

Non c’è solo Cisse. C’è Koleosho, che ha contribuito con un assist al 3-0 dell’Under 21 contro la Polonia, una partita poi decisa dalla doppietta di Cher Ndour. Ci sono Michael Kayode e Issa Doumbia, che stanno ricevendo spazio e fiducia anche nella Nazionale maggiore. Una rivoluzione che non è solo tecnica, ma anche culturale.

Perché, come scrive Ravelli, mentre si discute se chiamare o meno Cisse in Nazionale, il vero interrogativo è un altro: l’Italia è cambiata molto prima del suo calcio. Forse è il calcio ad essersene accorto un po’ tardi.

Ma quando il talento è così evidente, anche le abitudini più lente sono costrette a inseguire la realtà. E la realtà, oggi, ha il volto di una nuova Italia del pallone.

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